Alì’nghiastrë, interrogati, risposero.
Alì’nghiastrë, era da tempo che questo
nome ritornava, scritto sui cartelli, sulle pagine di alcuni giornali,
mi era capitato di vederlo stampato persino sulla copertina di un
disco.
Alì’nghiastrë, un nome a cui è difficile attribuire un significato,
alì’nghiastrë, ho sempre pensato che fosse un insieme di errori di
stampa, forse una parola onomatopeica.
A pronunciarlo mi venivano in mente delle donne, legate ad un albero, che grattano con le unghie la corteccia e gridano il loro nome, "Alì’nghiastrë!", con tutto il fiato che hanno in corpo.
Gli Alì’nghiastrë nascono nel 1998 come
un accidente.
Starnutendo guariscono i raffreddori, i malumori, la noia e spalmano
poi balsamo sulle ferite aperte.
Col tempo portano un po’ di assolata calura ai piedi degli abeti
bianchi, presentano le cicale ai grilli e preparano grandi coppe di
olive nere soffritte che distribuiscono ai passanti dopo aver letto
loro il destino nelle scie di sale.
La sera poi si ritrovano in strada a suonare ai vecchi le melodie delle
loro giornate, a guardarli stupefatti delle loro stesse lacrime, a
lanciare saluti e colpi di tosse dalle finestre. Si piegano di fronte
all’annunciarsi della notte e si fanno piccoli e agili, seguono la
rapida corsa dei gechi sui muri fino alla luce di qualche lampada
elettrica che concede loro l’ennesima possibilità di ricevere applausi
per i loro denti bianchi, per le loro braccia spalancate e per i loro
occhi colmi d'intenzioni.
